alefanti

parole allo specchio

DEDICATO

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Magari tu ti pensi di un colore tranquillo
io ti so squillo di un azzurro acceso
che il cielo a confronto non sa di nulla.
Dolcezza mia, io oso oggi l’aggettivo
anche se il possesso non è nelle mie corde.
Mia ti so nel senso proibito dell’amore contromano
e proseguo – diritta – verso il sole dei tuoi versi
che scaldano i mesi dell’inverno degli abbracci.
Io – nel mio nonsodove –
coltivo l’erba per la te coniglia.
Le carezze mi accontento di sognarle.

E la modestia?
La modestia l’hai dimenticata?
Mai ho saputo cos’era.
Più che altro mi sentivo nulla
e senza diritto ad avere una voce
ma modesta mai.
Mentre tu che sai fare mille cose
mi guardi quieta ma accesa nel profondo
dai miei non saperi.
Dormirei ai piedi del tuo letto
– meticcia ad ogni razza a causa di umanità plurima e dilagante –
per il solo piacere di spiarti il respiro.

A luci spente si solleva il canto.
Nulla conta che sia deposto lo spartito
e le sue estenuate variazioni
sul piano inclinato dei luoghi comuni.
A luci spente ti tocco con la mia voce
e tu riconosci la mia voce.
Tocco pelle e silenzi e tu sei lì
dove non puoi ma ti scuote
il vento dei Sì.

Quanti capitoli puoi sopportare
della mia violenta inutilità?
Non è una conclusione
quello che cerco
è un fiato o un passo
per l’alba in cui di solito dormo.
O qualcosa che si dica lieve
nell’esistere al tuo fianco.
Qualcuno – per te tutto –
ti ha dato i tuoi figli
e come potrei competere io
con le mie mani vuote
in cui risuona solo un pianto
di uccelli mai migrati a sud?

Ho ceduto. Pensavo a te
e il silenzio che volevo
costruirmi dentro è crollato.
Le parole vincono
se gli abbracci non le trattengono.
Tutti i buoni propositi sono fuggiti.
Ora – in strada – è tutto un cicalare
e qui – nelle pieghe dei pensieri –
germogli e fiori compiuti di slancio
prendono piede.
Comunque innocenti.
Almeno loro.

Risveglio.

È successo quel che è successo:
una notte di traduzione ha vinto.
Le pagine sorridono soddisfatte.
Prendo atto. Vado oltre.

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